L’INFORMATICA PER L’HANDICAP Vincenzo Bellentani http://csa.scuole.bo.it
I programmi migliori sono variati nei percorsi, nelle schermate che si succedono preferibilmente secondo le risposte coinvolgenti da dare, nelle sollecitazioni di immagini e di commenti sonori mai prevaricanti il messaggio principale del programma usato. I più noiosi e stancanti sono al contrario quelli che
obbligano a seguire un unico binario da cui è impossibile deviare.
La fantasia, l'imprevedibilità e la flessibilità del percorso sono ingredienti molto apprezzati dai
12 giovani utenti. Il programma efficace non è fondamentalmente quello che risponde ai bisogni a breve termine frequentemente richiestoci dall'insegnante di classe o di materia particolare. “Non ci sarebbe un programma sull'uso del digramma ch ?”
Certo che c'è, e sarebbe eventualmente semplice costruirne uno nuovo su misura, ma serve proprio a Daniela che dopo mesi di applicazione su schedine appropriate sembrava aver capito e dopo alcuni giorni di cessazione dell'intervento correttivo, ha ripreso a sbagliare come prima?
Siamo proprio certi che un bambino, ad esempio disgrafico, possa essere “trattato” solamente con
esercitazioni scolastiche, nel significato peggiore del termine, e non lavorando preferibilmente su "settori" ben più profondi e risalenti alle origini dei disturbi che provocano problemi nella grafìa ?
Non è più proficuo, ad esempio lavorare sull'orientamento spaziale, sulla topologia, sullo schema corporeo, ecc. con e senzail computer ?
Un buon programma, quindi, mira ad obiettivi più ardui, complessi, profondi che non a quelli più evidenti e superficiali, ma spesso più “gettonati” dalla didattica tradizionale.
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Mathland
Lo spazio tra matematica ed architettura http://jekyll.comm.sissa.it (pdf)
Michele Emmer (Dipartimento di Matematica, Università “La Sapienza”, Roma).
Una delle grandi capacità dell’umanità è di dare un nome alle cose.
Molte volte nel “nominare” si usano parole che sono già nell’uso corrente. Questa abitudine crea alle volte dei problemi perché si ha l’impressione sentendo queste parole di capire o perlomeno orecchiare di che cosa si tratti.
In matematica è successo spesso negli ultimi anni con parole come frattali, catastrofi, complessità, iperspazio.
Parole simboliche, metaforiche. Anche topologia e dimensionalità e serialità fanno oramai parte del linguaggio comune, o almeno degli architetti...
Due tipi di rappresentazione spaziale
http://roberto.casati.free.fr Roberto CasatiProblemi di spazio
(1998)Per riassumere, nella discussione contemporanea esistono due sensi principali in cui si parla di rappresentazione spaziale. E certo il termine ‘rappresentazione’ è volutamente ambiguo, anche se esiste un filo conduttore per i diversi significati che possiamo attribuirvi. Le due grandi opzioni sono (1) una teoria psicologica del modo in cui un organismo (un cervello, una mente, ma al limite anche un subsistema cognitivo e, quindi, anche una lingua come l’italiano o un suo frammento come il sistema delle preposizioni spaziali) rappresenta lo spazio in cui vive ed evolve: la rappresentazione spaziale deve da un lato organizzare l'input percettivo e d'altro lato fornire una base sufficientemente articolata per l'output dell'azione; (2) una teoria formale della rappresentazione geometrica dello spazio, che permetta di rendere conto di certe inferenze tipiche del ragionamento spaziale ("la biglia e' nel bicchiere, quindi non e' al di fuori del bicchiere"; "la biglia e' sul tavolo, quindi il tavolo e' al di sotto della biglia"). Queste due opzioni riflettono in modo naturale gli interessi della psicologia e dell'intelligenza artificiale rispettivamente. Una teoria formale nel senso (2) non sembra presupporre, ne' sembra essere presupposta da, una teoria psicologica nel senso (1). Sembra un dato di fatto che si possa ragionare sullo spazio in modo totalmente astratto, senza averne una qualsiasi rappresentazione intuitiva (e lo scopo di una teoria formale nel senso (2) e' idealmente quello di fornire un sistema assiomatico deduttivo in cui l'interpretazione spaziale non è necessaria per l’esecuzione delle inferenze); sembra d'altronde altamente plausibile che non solo gli animali inferiori ma anche i primati e l'uomo abbiano un sistema di rappresentazione spaziale che non richiede l'esecuzione di procedure inferenziali nel senso (2).
Tuttavia, questa relativa indipendenza non esclude che lo studio della rappresentazione spaziale in uno dei due sensi indicati sia utile per lo studio nell'altro senso. Dopotutto, i concetti astratti impiegati dal geometra derivano dalle nozioni solo apparentemente grossolane del senso comune (‘vertice’, ‘punto’, ‘concavità’), e queste ultime presentano elementi idiosincratici che sembra ragionevole imputare al funzionamento del sistema cognitivo preposto alla rappresentazione spaziale. E se d’altro canto tali nozioni intuitive non costituiscono un magma concettuale indifferenziato, ciò potrebbe venir spiegato dall'esistenza di una struttura come quella di un sistema formale.