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Lo psicanalista
e matematico
Alain Cochet
ha dedicato due
libri
all’insegnamento
topologico di
Jacques Lacan.
In questa
intervista l’autore
risponde anche a
questioni e
obiezioni che
vanno oltre
quanto ha già
scritto.
(13.07.2005)
"Com’è nato il
suo interesse
per la
matematica e poi
per Lacan ?"
Ebbene,
occorre fare
riferimento
alle
vicissitudini
di una
storia,
beninteso
personale,
che si sono
svolte nella
vita
scolastica,
semplicemente,
perché ho
avuto la
fortuna di
incontrare
un
professore
di
matematica,
non direi
che fosse
eccellente,
ignoro quale
sia stata la
qualità
delle sue
prestazioni,
ciò ha poca
importanza,
in ogni caso
ho annodato
con lui una
relazione di
natura
transferenziale,
diciamolo
così. È
qualcuno che
resta per me
ancora un
riferimento,
forse perché
ero toccato
dal suo
desiderio
stesso di
fare della
matematica.
Spesso le
cose
accadono
così.
Ho cominciato a
interessarmi
alla storia
della matematica,
mentre avevo
intrapreso
tuttavia degli
studi di
psicologia
classica,
preparata per un
diploma in
matematica e
scienze della
natura. Ma
esistono degli
elementi più
antichi che
possono rendere
conto del mio
gusto per la
logica e la
matematica,
scoperto
progressivamente
durante l’analisi :
una certa idea
della geometria
della camera
nella quale mi
trovavo da
bambino. Infatti
i miei primi
riferimenti
erano
estremamente
geometrici. Le
posizioni del
letto, delle
finestre, del
tavolo, si sono
trovate
articolate
all’organizzazione
di significanti
fondamentali.
Diciamo che un
certo numero di
"riferimenti"
spaziali si sono
trovati legati
ai significati
fondatori.
Più recentemente,
devo menzionare
anche il mio
interesse per le
questioni di
informatica, la
programmazione
informatica, i
programmi di
calcolo,
particolarmente
rispetto
all’astronomia o
alla teoria dei
numeri. Segnare
la posizione
degli astri, dei
pianeti, questo
è mettere in
evidenza dei
punti nello
spazio. Credo
che ci sia anche
in Lacan questo
modo di segnare
nello spazio
psichico dei
luoghi dove si
tengono i
significanti
fondamentali del
soggetto.
E come si è
accostato al lavoro di Lacan con
la matematica ?
Si è rivelato durante le mie
letture dei seminari di Lacan.
Mi chiedo ancora oggi se non sia
proprio il rapporto di Lacan
alla matematica che mi ha dato
la voglia di approfondire l’accesso
lacaniano della psicanalisi. Mi
sono appassionato, beninteso,
per le questioni di relazione
speculare e immaginaria che ha
cominciato a sviluppare nei
primi tempi del suo insegnamento,
nei suoi primi seminari degli
anni 53-54. Logicamente, ho
cominciato a leggere quelli. E
ero interessato, dunque, molto
dallo schema detto del “mazzo di
fiori rovesciato", che si trova
nel Seminario I : si tratta di
un piccolo montaggio ottico che
fa intervenire un specchio
concavo. Lo schema mette in
evidenza l’importanza del luogo
dello sguardo (della sorgente
nell’ottica) affinché si possa
reperire l’apparenza del
completezza di un oggetto (qui,
un vaso e un mazzo di fiori,
disgiunti nella realtà). Qui
siamo già là della metafora :
questo schema rende conto della
posizione del soggetto,
dell’Altro, del posizionamento
dell’oggetto. Tutto ciò mi
sembrava molto interessante.
Inoltre, per l’esattezza, Lacan
introduce il simbolico,
appoggiandosi sulla linguistica
saussuriana e sull’antropologia
strutturalista di Lévi-Strauss.
In breve, introduce l’idea di
topologia per rendere conto
della disposizione di quelle che
chiama “catene significanti”. Il
Seminario VII insiste proprio
sui fenomeni di gravità che si
applicano alla catena
significante intorno - per
utilizzare una metafora
astronomica - a un punto
inattingibile, centrale che non
sarà mai raggiunto, un punto di
un altro ordine, che non è nello
stesso registro. Questo punto
che Lacan chiama la Cosa,
traducendo in ciò il Das Ding
freudiano, non è nello stesso
registro di quello significante
e simbolico. Si è nel registro
del Reale. Ci porta in un campo
che non si può attraversare
agevolmente. È qualche cosa di
un altro livello.
L’interesse
per la matematica e per Lacan, è
l’interesse per Lacan, nel senso
che Lacan era interessato dalla
matematica.
Effettivamente, è vero che il
desiderio di Lacan per la
matematica mi ha sempre colpito.
Ho percorso tutta la sua opera,
e ho reperito l’insistenza che
pone ogni volta per ritornare
alle questioni connesse con la
matematica. Anche quando parla
della cura o comincia un
commento ai concetti freudiani,
rapidamente si nota in tutti i
suoi seminari riapparire la
questione della matematica.
Qualche volta ciò sorprende, non
ce lo si non aspetta. Dopo l’evocazione
di un concetto classico della
psicanalisi appare una
generalizzazione, per esempio, o
una questione marginale che
riguarda la matematica.
Lacan aveva in effetti quel
desiderio. Più tardi,
Jacques-Alain Miller dirà che
Lacan aveva un sogno a questo
proposito ; e credo che il sogno
di Lacan era forse di potere
trovare un punto di arresto al
discorso infinito
dell’analizzante, alla fuga
inarrestabile del senso. Finché
si resta, infatti, al livello
del simbolico e dell’immaginario,
vale a dire quello del senso,
non si trova sbocco, il senso
scorre sempre all’infinito.
Aveva l’idea di un punto di
arresto per la cura. Credo che
Lacan abbia trovato, cercando
infine nella matematica, qualche
cosa che possa costituire una
conclusione. Ha trovato dalla
parte della Lettera ciò che
poteva fermare la sfilata
infinita del significante.
Può dire qual
è la parabola della sua ricerca
nei due libri che ha scritto :
Lacan géomètre e
Nodologie lacanienne ?
Con
Lacan
géomètre si tratta di una
convergenza di traiettorie tra
gli sviluppi della matematica
durante la storia e lo sviluppo
dei concetti nell’insegnamento
di Lacan. Ci si può stupire, ma
mi spiego. C’è dapprima in Lacan
la scoperta dell’immaginario,
che mette in evidenza gli
effetti speculari,
particolarmente, la formazione
dell’Io (Moi), il soggetto che
anticipa nell’immagine speculare
ciò che lo completa come unità.
Poi, c’è la scoperta del
simbolico in Lacan. Mostra che
l’essere umano non è unicamente
preso nell’immaginario come lo è
l’animale, per esempio. L’uomo
dipende da catene simboliche che
lo determinano, e non solamente
alla nascita, ma molto prima di
questa.
Poi, in modo progressivo nel suo
insegnamento, emerge la
questione del reale, quella del
suo posto. Che cosa è il reale ?
È l’impossibile, ci dice Lacan.
Impossibile da immaginare,
impossibile da simboleggiare. Il
reale è ciò che ritorna sempre
allo stesso posto. È un po’ così
che lo definisce in un primo
tempo. Questo reale fugge sempre,
indipendentemente da quello che
intendiamo farne.
Ora, se si legge la storia della
matematica, non possiamo che
essere colpiti dall’identità di
traiettoria. Si ha in un primo
tempo qualche cosa che si trova
connesso all’immaginario : la
geometria greca, euclidea o pre-euclidea,
in certi elementi. Poi sorge un
interesse specifico per i numeri.
Questo giunge molto più tardi, e
emerge dalla cultura araba. Gli
indiani, nel frattempo,
inventano lo zero.
Quindi appare l’algebra tra gli
arabi, ossia un certo modo di
fare grammatica coi numeri. Ma
l’uso dell’algebra, è anche un
insegnamento sui modi metaforici
e metonimici di calcolare a
partire dai numeri. C’è in
questo un rapporto da stabilire
col linguaggio, che certamente è
marcato dalle metafore e dalle
metonimie. L’importante è che l’algoritmo
sia riferito, da Al Kowaritzmi,
alla nozione di incognita. E
qualche cosa ci porta verso un
senso da scoprire. Certamente,
ancora oggi, facciamo fatica a
definire ciò che è un numero.
Come accade che il linguaggio
veicoli dei numeri, si chiede
Lacan ?
Forse si non
è ancora riusciti a leggere
Pitagora. Che cosa è il numero
per Pitagora ?
Forse si è ancora a questo punto,
sì. Non si è superato.
Lacan ha
lasciato aperta la questione del
numero. Pone delle questioni sui
numeri interi...
Dice che i numeri primi, quando
li si tiene sulle dita della
mano, va ancora bene, sono presi
nel simbolico, si arriva molto
bene a dominarli. Ma appena si
insegue la loro enumerazione,
anche trattandosi di numeri
interi, si è rinviati molto
rapidamente a un altro ordine.
Il simbolico non ha presa su
questo mondo.
La matematica scopre proprio che
nel tempo esistono dei punti di
approdo sui quali non abbiamo
presa. Ci sono un certo numero
di algoritmi che rendono conto
delle cose, ma per altre questo
manca. Da qui il teorema di
Gödel che mostra che non si può
mostrare nello stesso tempo la
verità di qualche cosa e
provarla. C’è una differenza tra
la verità e la possibilità di
provarla nel campo
dell’aritmetica.
Questa, per me, è una scoperta
fantastica, veramente
meravigliosa. Rompe finalmente
l’idea dell’onnipotenza della
scienza in quanto retta da una
credenza in un simbolica
affidabile e definitiva, per un
Altro non sbarrato, si direbbe
in termini lacaniani. Quindi, l’Altro
è sbarrato, l’Altro della
scienza è sbarrato, l’Altro non
può rispondere di tutto, non si
può avere presa sul reale,
totalmente. Ci sarà sempre una
mancanza. Si è “non tutto”. La
scienza è "non-tutta" (riferimento
all’ultimo insegnamento di
Lacan).
Dunque, era da questa
convergenza tra due mondi
apparentemente disgiunti che
sono partito.
Lei dice
"Lacan geometra" nel senso dei
sapienti matematici, di quelli
che si confrontano con la
matematica. Ma c’è anche un
aspetto di esecuzione nella
geometria, come se Euclide
portasse a esecuzione il
paradigma di Aristotele,
forgiando una linea che
all’infinito è un cerchio. Non
ci sarebbe già tutto nelle
premesse logiche della geometria ?
La questione di Lacan "come
sorge un nuovo lembo di reale",
tale da sfuggire alla chiusura
del cerchio, e che lei pure pone
nei suoi libri, non sostiene un
sogno impossibile ? Come
spunterebbe un significante
nuovo, se sono già tutti
incatenati, ognuno
rappresentando un soggetto per
un altro significante ? Non
riguarda il fantasma ? E non è
proprio questo fantasma a
articolarsi e a dissiparsi come
rappresentazione del sintomo in
un’analisi ?
Per Lacan, ciò che non è preso
in conto dal simbolico ritorna
nel reale. È questo che è
forcluso. Se c’è invece
rimozione, allora cade
nell’inconscio come tale, e non
chiede che di riapparire sotto
una forma travestita e simbolica.
Parla dunque del caso della
psicosi. Non della nevrosi.
Allora, ciò
che non è simbolizzato, si
potrebbe dire che...
È ciò che non entra nella
dinamica della metafora paterna.
Lacan lo mette in rapporto con
la forclusione del Nome-del-padre.
Ci sono degli uomini che non
possono essere chiamati in causa
dal simbolico, per un difetto,
una carenza del significante del
Nome-del-padre, e dunque in quel
momento, degli elementi che non
sono simboleggiati riappaiono in
modo allucinatorio, per esempio
nel delirio, nelle psicosi, nel
reale. Si ha l’impressione che,
per questi soggetti, la cosa
ritorni dal reale.
Da qui l’invenzione del suo
concetto di forclusione, che ci
fa uscire del caso della
rimozione, che è tipicamente
quello della nevrosi. Là infatti,
la rimozione immerge degli
elementi simbolici
nell’inconscio, questi sono
sottomessi ai processi primari,
e il materiale respinto tento di
farsi tradurre nel preconscio,
nel conscio attraverso il
sintomo o l’atto mancato. Questo
meccanismo della forclusione che
Lacan descrive, Freud aveva
cominciato a sospettarlo, ma non
l’aveva formalizzato.
Per rispondere alla sua domanda
sulla possibilità di trovare un
significante nuovo, ricordo che
era un “voto” di Lacan. Tuttavia,
cozza contro l’idea stessa di
struttura dei significanti. Ecco
una metafora di questa struttura :
il gioco del quindici, nel quale
una sola casella vuota autorizza
lo spostamento di tutte le altre
caselle. La casella vuota non
rinvia a nessuno senso, a
differenza delle altre, esiste
perché ha una funzione
particolare che permette l’esistenza
di un gioco tra i significanti.
Diciamo che il Nome-di-padre è
un po’ questa casella vuota
senza la quale il gioco si ferma
da sé. L’aggiunta di un
significante supplementare non
cambierebbe niente, secondo me,
alla dinamica del gioco.
Non è ancora una
teoria dalla predestinazione ?
Forse tutto il lavoro che la
psicanalisi stai facendo è per
dare l’occasione che ci sia
qualche cosa che possa non
predestinare questo ritorno nel
reale, che non è
concettualizzabile. Non è la
topologia che dovrebbe trovare
questo "meccanismo" con il quale
si potrebbe avere l’emergenza di
un significante nuovo ? Poiché
sembra che se non ci sia un
significante nuovo, non ci
potrebbe essere neanche
trasformazione nel reale...
Infine, se non c’è questo,
apparentemente, tutti sono
condannati a girare in tondo
intorno a questo problema e sin
dal principio. Se dal principio,
si non si ha inscritto il nome-del-padre
nella struttura...
Assolutamente. È proprio quello
che penso. Non vuole dire che
dopo non si aggiustino le cose,
lo psicotico arriva,
fortunatamente, a pianificare le
cose, e disporre del suo apporto
sociale come qualsiasi nevrotico.
Talvolta, ai nevrotici va peggio
che ai psicotici. Succede. Tutto
dipende dal tipo di
arrangiamento che si è operato.
E questo ci porterà, più lontano,
forse, alla questione del quarto
cerchio del nodo borromeo. Solo
con questo c’è risoluzione.
Ricordo in breve che il quarto
cerchio, quello del sintomo, che
in un primo tempo Lacan annota
proprio come Nome-del-padre, è
quello che permette agli altri
tre cerchi di tenere insieme,
essendo gli altri tre cerchi
disgiunti.
Ma i tre
cerchi non tenevano insieme,
proprio, nella struttura del
nodo borromeo ?
Può essere proprio un problema
che i tre tengano. Tale è la
questione. Può darsi che non sia
la salute mentale a avere un
nodo borromeo che tiene così. Ci
si potrebbe porre la questione
di sapere se non sia questo la
perversione ? È una questione.
Ma, nei nevrotici, in generale,
non tiene, e occorre proprio un
quarto cerchio per fare tenere
tutta la struttura : il Nome-del-padre,
col riferimento che introduce al
fallo, correlato all’insorgenza
del sintomo. Ma nella psicosi,
adesso, che cosa accade ? Il
quarto cerchio, non diviene il
Nome-di-padre nella misura in
cui questo è forcluso, va a
costituire un arrangiamento per
fare tenere insieme più
possibile, rattoppare, ricucire,
le tre istanze che scorrono via,
che si sparpagliano. Si tratterà
di un modo di supplire, ma che
resterà sempre fragile. La
distruzione di questa supplenza
trascina nella decomposizione
psicotica.
Dunque, finalmente, tra le
nevrosi e le psicosi non c’è un
scarto più grande di questo dal
punto di vista della struttura.
E del resto, Lacan dice che la
vera struttura è quella
psicotica. Al limite, la
struttura nevrotica è un
arrangiamento secondaria.
Di più, Lacan ha tutta una
teoria che chiamo la “teoria
dell’errore” che mostra che un
errore, due errori o tre errori
sul nodo borromeo hanno degli
effetti completamente differenti
sulla stessa struttura. È
proprio interessante di notare
che un solo errore può portare
l’annodatura di due cerchi, e il
distacco del terzo. Ora, in
certe psicosi, particolarmente
la psicosi schizofrenica, si ha
infatti un cerchio, spesso il
cerchio immaginario, da
connettere al corpo immaginario,
che si tiene lontano dagli altri
due. E tutto lo sforzo del
delirio, il delirio psicotico,
ivi compreso nella schizofrenia,
sarebbe di riportare, di
ricucire i cerchi, per provare a
raccoglierli e fare in modo che
tengano assieme di nuovo. In
questo caso, non si tratta di
metafora. Per Lacan, la
topologia è la struttura.
Dove si trova il
“fare” nell’opera di Lacan ? Per
Lacan non c’è il “fare” e questo
condanna il soggetto a “un certo
ordine rotatorio”. Mi avvicino
alla questione del pragma con
quella del tempo. Nella pratica,
non è la stessa cosa se qualcuno
segue il passo del tempo o il
passo generalizzato della folla.
Le cose si fanno e, facendosi
secondo il loro ritmo, la
rappresentazione del sintomo può
articolarsi e dissiparsi. Ma,
togliendo il passo del tempo, la
rappresentazione del sintomo
rinchiude l’itinerario nel
cerchio. Ogni volta, c’è qualche
cosa da fare secondo l’occorrenza ;
e se il fare è evitato,
s’instaura un certo ordine
rotatorio, differente in ogni
caso. La logica senza il pragma
fonda la circolarità dell’essere
e del suo soggetto. E solamente
senza il pragma, quello che non
è simbolizzato ritornerà sempre
al soggetto come
rappresentazione del sintomo....
Per ciò che riguarda il fare,
tale è la questione dell’atto.
Quello che lo psicanalista
chiama un atto autentico (c’è un
seminario di Lacan sull’atto),
durante una cura, sono i momenti
in cui si produce un taglio. Può
trattarsi di un intervento che
può fare durante una seduta o
per chiudere una seduta, o
ancora nel caso di pause o di
interpretazioni a partire da
equivoci che portano su dei
significanti... Questo è un atto.
L’analista ci mette del suo, si
potrebbe dire che mette le mani
in pasta, e produce qualche cosa
che non è solamente dell’ordine
del simbolico, ma dell’ordine di
un impegno di analista. Non si
tratta di senso.
In Freud, c’era l’idea che tutto
poteva comprendersi con il senso,
l’ermeneutica ; si poteva
decodificare un senso sempre più
profondo, fino a approdare sul
senso sessuale. E al limite, che
cosa giunge a fermare la sfilata ?
Il complesso di castrazione
nell’uomo e l’invidia di pene
nella donna.... Questo è l’approdo
freudiano.
Credo che Lacan vada al di là di
questo. Va fino alla scoperta
dell’oggetto a, l’oggetto causa
di desiderio, che ha qualche
cosa di anteriore a tutto questo.
L’atto, in senso analitico, è in
ogni caso questo, un atto di
taglio, e Lacan mostra in che
modo, su superfici topologiche
come le bande di Mœbius, la
realizzazione di certi tagli
corrisponda a un’altra banda di
Mœbius, o a una banda bilaterale
con due facce, o ancora a delle
vere annodature di bande
diversamente avvolte. Dunque la
posizione di taglio può
rappresentarsi e trovare anche
un supporto adeguato nella
taglio di una superficie
topologica.
Il fare è anche l’impegno di un
soggetto. Ci sono dei soggetti
che effettivamente non s’
impegnano, e vogliono restare là
dove sono. Molto spesso, questo
è correlato a una sofferenza, ma
c’è anche una forma di godimento
nel loro sintomo, alla quale non
vogliono rinunciare.
Dunque, per questi soggetti,
tutto può restare per molto
tempo così, anche se fanno una
domanda di analisi, possono
girare in tondo per molto tempo,
e le cose non si muovono.
Difetto di impegno. Ci sono
invece dei soggetti più
impegnati, per dire così, chi
hanno questa voglia (è una
voglia ?), questo desiderio, di
andare a confrontarsi più da
vicino a ciò che li angoscia, e
ancora di più a ciò che causa il
loro desiderio. E questo può,
forse, portarli nel processo
della cura fino alla famosa
attraversata del desiderio di
cui parla Lacan, che equivale a
una attraversata del fantasma, e
all’instaurazione di un altro
rapporto con gli oggetti che
governano il nostro desiderio.
Fino al desiderio, o meno, di
diventare analista. Non è un
obbligo, è una possibilità.
Farlo, credo che sia una
questione d’atto, di impegno,
infatti, che non è per niente
qualcosa che rileva del
simbolico, anche qui si tratta
del reale. È qualche cosa che
resta piuttosto reale, al di là
del simbolico.
C’è un programma che
generalmente funziona per le
persone, è il programma
fantasmatico, che non è un
programma affatto cosciente. È
il fantasma che ci governa. Non
si lo conosce, generalmente (eccetto
nel caso del perverso). Lo si
domina sempre più o meno bene.
Tuttavia è là. È una specie di
automatismo che noi stessi
abbiamo contribuito a modellare,
che ci permette d’altronde d’immaginare
un poco la Cosa, diciamo di
metterla a distanza in seno a
uno scenario. Appena è
installato, funziona da solo : è
un po’ meccanico. Ma se la
dimensione immaginaria è
prevalente nel fantasma (lo
scopico è essenziale), conviene
non dimenticare che c’è anche
una grammatica del fantasma,
nello stesso tempo un montaggio
significante (il fantasma “un
bambino viene battuto”, messo in
evidenza da Freud, è a questo
proposito molto istruttivo).
Possono
esserci dei programmi di vita
che non siano fantasmatici ? Un
programma intellettuale ?
No, un programma è la
conseguenza di un fantasma. Un
programma intellettuale, lo vedo
più come una conseguenza di un
fantasma. E non viene prima. C’è
un montaggio significante.
Ma se è
fantasmatico, non è condannato a
girare in tondo ?
In effeti, è condannato a
produrre un po’ la stessa cosa.
O quasi, nel fantasma gli
oggetti possono metonimicamente
intercambiabili.
Lei dice che
rimane fantasmatico.
Sì, dunque, per la maggior parte
incosciente. Salvo se è perverso.
Per il perverso, il fantasma è
cosciente. Il perverso mette in
scena lo scenario perverso,
sempre dello stesso modo, del
resto, e in questo modo lo
domina. Per altro prova sempre
di dominarlo meglio, e di
dominare meglio il partner che
entra nei giochi perversi.
C’è
contrappasso in questa modalità
perversa ? O funziona sempre ?
Funziona, ma bisogna metterla in
marcia. Talvolta, il perverso
non trova più partner e si
deprime, e del resto questo lo
porta in analisi. Va in analisi
non per trattare la propria
perversione, perché questa gli
conviene molto bene, ma può
deprimere quando non arriva più
a mettere in opera i suoi
scenari.
Ritorniamo a
Nodologie lacanienne.
Allora, è stata l’opportunità di
riprendere l’ultimo insegnamento
di Lacan, a partire dagli anni
73, 74 ; una parte di
insegnamento che era - in
Francia - inedita. Infine, il
primo seminario di questo
periodo (Il
sinthome) è appena stato
pubblicato lo scorso marzo,
presso la casa editrice Seuil.
Per altro, i
ricercatori li hanno tutti
questi seminari.
Sì, è vero. Circolavano sotto
banco tra i ricercatori. È vero
che c’erano tuttavia alcuni
scritti su questa parte non
trascurabile dell’insegnamento
di Lacan, sette o otto anni,
fino alla fine della sua vita.
Si ha l’impressione quantomeno
di qualcosa che era un po’
criticata, come se non avesse
altrettanta pertinenza di quello
che Lacan aveva prodotto prima.
Si è messo questo sul conto
della sua età avanzata, della
sua malattia neurologica, si è
pensato che non avesse più i
mezzi linguistici per
esprimersi, e che si fosse
rifugiato nella “mostrazione”,
come diceva, degli oggetti
topologici, alla lavagna,
girando la schiena al pubblico,
ecc. Bene, c’era tutto questo.
Tuttavia, quando si prende il
tempo di leggere qual era il
senso della sua ricerca, si è
proprio colpiti e sorpresi della
pertinenza e della continuità
che questi nuovi approcci
rappresentano rispetto alle sue
ricerche precedenti.
La pertinenza della topologia
dei nodi per la psicanalisi
appare chiaramente. Del resto,
con l’introduzione della
topologia fin dal suo seminario
sull’identificazione (1961),
Lacan rompe finalmente con una
rappresentazione del pensiero e
del mondo, del mondo che era
pensato fin là nel modo
euclideo. Segnatamente, è il
modo della sfera che era
prevalente. Ogni cosa era
pensata con riferimento alla
sfera, intellettualmente. Si
faceva il giro della sfera,
eccetera.
Ora, con l’introduzione della
banda di Mœbius, dell’asfera, si
sovverte il bell’ordinamento
euclideo e l’opposizione
tradizionale tra l’interno e
l’esterno. Erano pertanto delle
questioni che la matematica
conosceva da metà del
diciannovesimo secolo, in
particolare da Leibniz, ma
rappresenta uno sforzo
considerevole riprendere gli
spazi topologici come supporto
del funzionamento del pensiero
umano. Questo è un salto
epistemologico, a mio avviso,
considerevole, meraviglioso.
Lacan ha fatto questo. È un
salto filosofico - si può dire -
per la concezione dell’uomo, si
esce della rappresentazione
tradizionale.
Lacan non era
filosofo.
È vero che ha detto che dopo di
lui la filosofia era morta. Ha
posto delle obiezioni. Detto
questo, non ha smesso di citare
i grandi filosofi lungo tutti i
suoi seminari : Platone,
Aristotele, Spinoza, Hegel e
Heidegger, tra i principali.
Sono degli apporti essenziali
alla sua teoria. Sottolineiamo
l’ultimo prestito da Heidegger,
con la nozione di ek-sistenza,
che rinvia a un al di là del
discorso, a ciò che è di un
altro ordine.
Dunque, la nodologia (ricordo
che questo significante è
personale e non è mai stato
utilizzato da Lacan) sì, mi ha
interessato, anche di un punto
di vista matematico, bisogna
pure ben dirlo. E a questo
proposito, ci sono delle letture
abbastanza edificanti,
particolarmente quella di
Sossinsky, che dice che malgrado
centocinquant’anni di ricerche
intensive, le classificazioni
dei nodi non sono riuscite. È
sempre piacevole da sentire :
ancora un settore della scienza
che zoppica. In questo caso il
simbolico fallisce.
Il lavoro di
Sossinsky vale quasi a dire che
il nodo non è rappresentabile ?
Non simbolizzabile.
Immaginabile, forse, ma in ogni
caso non simbolizzabile. Per
l’istante.
È un
paradosso quasi quotidiano per
la topologia.
Esattamente. Sapendo inoltre che
nel caso delle trecce il
problema è differente. È più
facile, ci sono oggi degli
algoritmi, delle invarianti
topologiche nel caso delle
trecce. Ma non è il caso per i
nodi chiusi : fin dall’istante
in cui si chiude su di sé un
filo di spago, le cose cambiano.
Non si hanno più i mezzi. Si
inciampa nel trovare
un’invariante per differenziare
i nodi. Molti matematici hanno
provato per più tempo a trovare
il buono modo, la buona
equazione per infine
caratterizzare ogni nodo, essere
sicuri di qualche cosa, tranne
che c’è sempre, purtroppo, un
caso in cui si trova che a una
stessa equazione corrispondono a
due nodi differenti. È quello
che esaspera Sossinsky, che del
resto lascia intendere che non
ci si arriverà mai.
Invece, bisogna sottolineare che
Lacan non parla affatto dei nodi
in termini algebrici. Fa
pochissimi riferimenti alla
classificazione dei nodi come
gruppi, per niente ; è il
disegno del nodo, il suo
tracciato, l’appiattimento su di
una superficie che gli
interessa. Si passa da tre
dimensioni a due dimensioni, e
in questa operazione di
schiacciamento, ci sono delle
intersezioni, dei trilobi, zone
trilobiche che delimitano zone
nelle quali localizza i
godimenti. Tre godimenti
fondamentali : il godimento
fallico, il godimento dell’Altro
e poi il godimento del senso
(jouis-sens) [N.d.t. : Lacan
gioca sull’omofonia tra “sance”
di jouissance et “sens”,
intraducibile in italiano].
In
Nodologie
lacanienne, provo a proporre
una piccola teoria, quantomeno
non c’è da vergognarsi a provare
qualche cosa. Dunque, propongo
un modo di caratterizzare i
nodi, con certo abbastanza
incognite, ma un sistema che
funziona e che permette di
congiungere l’approccio
geometrico con la costruzione
dei nodi primi, ovvero i nodi
che non si possono decomporre in
nodi più semplici.
Mi riferisco alla teoria dei
grafi piani, messa bene in
evidenza da Christian Mercat nel
caso delle miniature celtiche,
nelle quali i capi dei tracciati
[punti d’arresto nel disegno del
grafo] non si ritagliano tra di
loro. Ci sono dei capi, dei
punti, delle cime, ecco, è
tutto. E dunque un quadrato con
quattro punte, quattro capi, a
partire da là, con un piccolo
artificio di scrittura molto
semplice, si arriva a trovare, a
definire un nodo specifico,
composto in questo caso da due
fili che sono allacciati, in
qualche modo. Si tratta della
catena detta di Hopf che Lacan
riprende come nodo del fantasma.
Quindi, a partire dalla
caratterizzazione di un semplice
quadrato, si può scrivere (e in
Nodologie lacanienne c’è il
metodo) un nodo a due cerchi
intrecciati, e c’è un’unica
corrispondenza tra questo
quadrato e questo nodo.
Prendiamo il caso del triangolo
adesso : tre capi, tre cime. Il
metodo permette di realizzare
velocemente il nodo del
trifoglio. Dunque, con le serie
geometriche classiche, in
funzione del numero di punti
d’arresto e di vertici,
possibile realizzare
completamente dei nodi sempre
più complessi.
In seguito è facile scrivere
questo, e trovare un’equazione
che corrisponda a ogni
realizzazione nodale. Si tratta
di un invariante ? Lascio ai
matematici la cura di dirlo. Ma
questo non esemplifica niente di
quello che Lacan vuole dire.
Lacan non si interessa a queste
piccole cose, Lacan si interessa
ai nodi in quanto sono il
supporto del simbolico,
dell’immaginario, del reale e
del sintomo. È anche quello che
mi interessa. E provo a reperire
i differenti casi che possono
prodursi a partire dal caso di
rottura dei cerchi. La corda si
rompe, e allora in questo caso
ci si può porre la questione :
può esserci risaldatura,
impiombatura, affinché ciò tenga
di nuovo ? Ci sipuò interessare
ai casi di tagli che si possono
fare sui nodi, ivi compreso i
nœuds all’interno di anelli.
Lacan, per esempio, mette un
catena borromeo dentro a un
anello, e egli si chiede che
accada se si rivolta l’anello su
sé, se si rivolta uno dei cerchi
del borromeo.... Questo porta
estremamente lontano nella
ricerca.
Ma la domanda
è : chi taglia ? chi salda ?
Lacan introduce tre cerchi, e
più dei cerchi introduce il tre.
E non sfugge a Lacan che il tre
pone la questione stessa della
Trinità. Con questi tre cerchi,
Lacan non è filosofo.
Lacan si riferisce al cerchio,
ne parla enormemente, ma gli dà
importanza con la figura
dell’anello toroidale. Questo è
consistente, e attribuisce a
esso l’immaginario. Precisa che
al centro ci sono dei buchi, non
possono che esserci dei buchi, e
che all’esterno, si trova
l’ek-sistenza, il centro in cui
tutto si situa : è il centro del
reale in cui tutto giace. E il
buco, è il buco del simbolico.
Dunque, si ritroverebbe in uno
solo cerchio - a patto di dargli
un poco di spessore - tutti gli
elementi del nodo borromeo. Sì,
il cerchio lo si ritroverebbe,
in questo senso.
La tripartizione in reale,
simbolico e immaginario è fatta
da Lacan sin dal 1953, e precisa
che ha cercato per molto tempo
un supporto per provare a
rappresentarla, per fare tenere
insieme i tre registri. E dunque
è fortuitamente, nel 1973,
all’epoca di un incontro con
Valérie Marchand, che è una
giovane studentessa di
matematica, figlia di un
analista abbastanza vicino a
Lacan...
Non ho questi
termini storici, ne può dire
più ?
Lacan si occupava molto spesso
di matematica con Guilbaud, un
matematico tra i suoi amici, e
quel giorno, non aveva potuto
andare al suo corso. Per caso,
si è imbattuto nelle note del
corso scritte da Valérie
Marchand. Il corso di Guilbaud
di quel giorno riguardava
proprio le proprietà del nodo
borromeo, e Lacan si è detto
subito : “Eccolo ! Mi va come un
anello al dito", perché cercava
da molto un supporto topologico
della sua tripartizione. E
dunque, a partire da allora, dal
1973, comincia la sua avventura
col nodo borromeo, sul pianeta
Borromeo, come si è detto.
E come si
incrocia il suo itinerario con
Soury, Thomé... ?
Non so come li abbia incontrati.
Soury ha fatto un’analisi, non
con Lacan. Thomé, per conto suo,
ha sempre detto che non capiva
quello che Lacan esigeva da lui.
L’ha detto a più riprese : non
sapeva dove Lacan voleva
portarlo. Apportava cose [topologiche]
al seminario, ma non sapeva in
che cosa la questione
riguardasse la psicanalisi.
Lei ha
scritto sull’opera di Soury ?
Non ancora. È un lavoro che
resta da fare. Certo, gli amici
di Soury hanno pubblicato i suoi
testi in tre volumi, ma un
lavoro di restituzione della sua
lezione topologica e
intellettuale non mi sembra
fatta sinora.
Era qualcuno di geniale. Tutti
quelli che hanno avuto la
fortuna di assistere ai suoi
corsi, hanno testimoniato di un
potere intellettuale
straordinario, un’inventiva
matematica inaudita.... Soury ha
deciso tuttavia di mettere fine
ai suoi giorni. Ha scelto una
morte simbolica, all’incrocio
tra tre strade che potrebbero
fare pensare al nodo borromeo,
in modo molto preciso. Ha messo
fine ai suoi giorni, si è
avvelenato, credo, mettendosi in
un luogo molto preciso, ai tre
orizzonti, qualche cosa
all’incirca così.
Riformulo la mia
domanda che non è un’obiezione.
Sto conducendo una ricerca. Ci
possono essere delle premesse
topologiche tali che, senza l’esperienza
di chi si trova impegnato in
un’analisi, si possa avere
"prima" in termini teorici la
verità di questo lembo di reale
che è supposto ritornare sempre
al suo posto ? Mi sembra che non
ci sia questo sapere, sorge qui
la mia indagine.
Infatti. Proprio così. È la
questione del posto del reale
nella matematica e del posto del
reale nella psicanalisi. Si
parla dello stesso reale ?
Allora, Jacques-Alain Miller,
giustamente, in un articolo che
si chiama proprio "Un sogno di
Lacan", nel libro Il reale nella
matematica (Éditions Agalma),
sviluppa la sua idea : pensa che
il reale della matematica ek-sista
al discorso matematico. Se non
ci fosse un’avanzata matematica,
al senso costruttivista, non ci
sarebbe reale matematico. La
posizione di Jacques-Alain
Miller non è affatto platonica.
Non pensa, per esempio, che il
materiale matematico esista già.
Non pensa che la serie dei
numeri primi, per esempio, sia
là da sempre e aspettava d’essere
scoperta, come lo pensa Alain
Connes, per esempio, il
matematico francese che ha
sviluppato il suo punto di vista
nel celebre lavoro scritto con
Jean-Pierre Changeux, Matière à
pensée. Connes vi sviluppa l’idea
che la serie dei numeri primi,
nel concreto, è da sempre là, e
si va scoprirla progressivamente.
Ci sarebbe il
reale e lo si avvicinerebbe
progressivamente...
Ecco. È il senso platonico delle
cose. Il punto gamma, al
limite... ci si avvicina senza
raggiungerlo mai veramente. Ma
non si trova questo in
Jacques-Alain Miller, non lo si
troverebbe neanche in René
Lavendhomme, matematico analista
belga che da poco ci ha lasciato.
Pensano in termini
costruttivisti : che siano gli
uomini che producono un discorso
nuovo matematico, una nuova
combinatoria di significanti,
qualcosa di originale, di
inedito, e che questo ha degli
effetti, ossia produce un reale
matematico. Solamente, poi si
pensa che questo reale esisteva
prima. A posteriori, si immagina
che era già là prima, nel mentre
lo si produce semplicemente.
Era già là come
per Kronecker, che pensava che
Dio aveva inventato i numeri
interi e che gli uomini avevano
da fare il resto...
Questo sono due concezioni
differenti. Non mi sono chiare.
Confesso che non mi spingerei
oltre su questa questione perché
sono diviso. Non so.
Che cos’è il
reale per lei ? Il reale nella
vita ?
Per me, è veramente il punto che
non si può conoscere, che ci
porta in tutte le vie logiche
senza uscita, che resiste a
tutto, sul quale s’inciampa. Un
vero rompicapo. Non si può
comprenderlo, ma solo
contornarlo. Le vedo così le
cose.
E
perché la topologia per
abbordarlo ?
Perché penso che la topologia
sia la “realizzazione” del
simbolico e dell’immaginario. La
topologia è la struttura, e per
me la struttura è reale.
Ma questo
sogno è stato portato al
paradosso o all’ironia da Gödel
che sostiene che sulle basi del
logos, un uomo lanciato nel
futuro ritorna dal passato
giusto in tempo per uccidere suo
padre prima d’essere generato.
Non impossibile, del resto.
Perché
mantenere questo sogno come vero ?
È quasi la pietra d’inciampo
della topologia, questo sogno.
Perché ? Perché la topologia è
questo, forse, il migliore
approccio che la matematica
abbia immaginato, abbia
inventato per avvicinarsi al
reale. Ricordo che la matematica
sbocca sul reale della cifra, lo
si nota nella storia della
matematica, già s’imbatte sulla
lunghezza della diagonale del
quadrato, giustamente, radice di
due, che non è un numero intero.
Ci si imbatte in qualche cosa.
Bene, la matematica provare a
aggirare il problema inventando
progressivamente i numeri reali,
fino a Cantor, fino al
transfinito. Ogni volta che da
qualche parte ci si imbatte in
qualcosa di logico, dunque una
traccia di reale, la matematica
cerca di rilanciare, e prova a
inventare qualcosa, un nuovo
campo che va a aggirare il punto
d’inciampo. Per un po’ funziona,
finché non appare un nuovo punto
d’intoppo.
Penso che la topologia permetta
di mostrare, più che di
dimostrare (là sono d’accordo
con Lacan) : è la mostrazione di
questi luoghi senza via
d’uscita. Per esempio nel
cross-cap : c’è una linea di
divisione che permette in
qualche modo di ribattere
l’interno con l’esterno in
questa superficie unilaterale.
Ecco un tipo di luogo
impensabile, un punto
impensabile che mi fa forse
pensare a qualche cosa
dell’ordine del reale. La
topologia dei nodi in
particolare, come pure
l’impossibilità nella quale ci
si trova di caratterizzarli con
un’equazione, tocca il reale
della struttura.
Siamo ancora
nell’orizzonte di quello che
Lacan ha detto : c’è qualche
cosa che mi preoccupa (tracasse)
nel nodo borromeo e è in termini
matematici che voglio
risolverlo ? Il nodo borromeo
continua a preoccuparci ? Non
abbiamo ancora sbrogliato questa
ricerca ? Ci troviamo in questa
ricerca.
Sì, infatti, la cosa continua.
Ci troviamo a questo punto.
Abbiamo anche accumulato
ritardo. Considero che sono solo
pochi anni che queste questioni
vengono poste con tutta
l’attenzione e la serietà che
richiedono.
Effettivamente, in qualche modo,
Lacan ci ha lasciato un
testamento. È l’idea di Bruno
Dal-Palu, quella di un enigma
testamentario che ci avrebbe
tramandato Lacan. Il testamento
di Lacan, è la questione
borromea. Non l’ha conclusa, su
questa non ha detto tutto. Ha
aperto un nuovo campo come
prolungamento del suo seminario,
e ci lascia qualche cosa da
portare a compimento, da
concludere. Particolarmente la
questione del quarto cerchio di
cui si parlava, o ancora il
posto del sintomo o della
supplenza nel caso della
psicosi. Il sintomo, all’inizio,
è concepito come articolato al
Nome-del-padre, ossia all’Edipo
nel senso freudiano. Il
Nome-del-padre interviene e
tiene tutta la struttura,
l’insieme borromeo nel caso
della nevrosi, mentre nella
psicosi non c’è questo :
l’ipotesi è che i cerchi siano
slacciati, certi partono alla
deriva mentre di altri si
intrecciano definitivamente uni
negli altri. Occorre una
supplenza come quarto anello per
aiutare a tenere il tutto.
Lavoro attualmente sulla
questione di quello che
favorisce un certo numero di
matematici in relazione a una
struttura psicotica. E
giustamente, se si suppone per
loro che un errore abbia potuto
operarsi sul borromeo, quasi una
firma della loro struttura
psicotica, allora si potrebbe
pensare che effettivamente in
certi casi il simbolico e il
reale possono essere realmente
uniti. Nel senso che tutti i due
fanno catena, mentre
l’immaginario si troverebbe
abbandonato.
Lo si nota infatti nei
matematici cui la psicosi non fa
dubbio, particolarmente da
Cantor, Nash, Bolyai, persone
così, senza dimenticare Gödel.
Si può reperire in questi
soggetti dei disturbi corporali
più o meno importanti. Si
avverte che l’immaginario del
corpo non tiene più, se ne va,
senza legami.
Per contro, c’è un legame molto
forte tra simbolico e reale, e
questo può forse favorire il
matematico, poiché il
significante e la lettera sono
direttamente in presa col reale.
In qualche modo, non si
sovraccarica più con
l’immaginario. Scrive subito il
reale, anche la roccia del
reale, direi. Forse è questo che
lo favorisce. È una delle mie
tesi. Ciò spiegherebbe delle
cose, e infatti è già il caso.
Ma c’è un’altra ipotesi che
spiegherebbe la ragione per la
quale, per esempio, Cantor è
favorito nella sua scoperta,
forse è il rapporto con la
matematica. Perché c’è un
considerevole godimento nel fare
matematica. E dunque l’idea è
venuta a Lacan che ci sarebbe
come un soggetto dietro la
matematica, ma un soggetto da
considerare come una persona.
Lacan dice precisamente nel
1975 : immaginiamo che la
matematica sia una persona. E
proprio il soggetto psicotico,
la cui rappresentazione di sé è
lacunosa, che non è
rappresentato da un significante
per un altro significante,
troverebbe forse nella
matematica da aggrapparsi al
soggetto matematico che ha così
tanta preso col reale. E è forse
questo che lo favorirebbe
rispetto a altri scienziati.
Bisogna sapere d’altronde che
siamo governati - nella nostra
rappresentazione matematica e
fisica del mondo - dalle
scoperte che hanno fatto dei
matematici psicotici. Viviamo
completamente dentro Cantor.
Gödel introduce una visione del
mondo radicalmente nuova. E di
Nash che è matematico di
formazione, sebbene lavori nel
campo dell’economia, si può dire
che l’economia mondiale poggia
sul suo teorema, scritto nel
1952, dove getta le basi della
teoria dei giochi cooperativi,
che permette da quel momento il
funzionamento ottimale della
concorrenza economica, certi
diranno capitalista, non so...
Penso che la sua teoria
dell’equilibrio dei giochi abbia
introdotto una novità enorme,
che permette veramente un nuovo
tipo di gioco economico tra le
imprese, le società... a tutti i
livelli della società, in
effetti. C’è qualche cosa che
apre un campo, e ciò tiene.
Anche in questo caso all’origine
c’è un’equazione.
Dubito che la
teoria di Nash possa risultare
una teoria sessuale infantile.
Ma occorre che lo legga in
dettaglio. Ho questo sospetto...
Allora, è vero che si potrebbe
sempre pensare che siamo
governati, nelle nostre
strutture sociali, ivi compreso
nelle strutture economiche, e
anche economico-politiche, da
teorie di questo ordine che
potrebbero essere effettivamente
infantili o anali, o orali...
Ha svolto
un’elaborazione intorno allo
zero e all’infinito, che non mi
pare d’avere incontrato in
Lacan géomètre e
in Nodologie lacanienne ?
Lo zero, è il simbolo stesso del
vuoto, come ce l’hanno insegnato
gli indiani. A questo proposito,
quello che interessa Lacan, è la
generazione dei numeri a partire
dallo Zero dell’insieme vuoto.
Lacan segue Frege quando questo
ultimo postula che l’Uno non
contiene che un insieme : l’insieme
vuoto. Il Due contiene un
insieme che riunisce due
elementi : il vuoto e l’Uno,
eccetera... Queste questioni
contano molto per la psicanalisi,
particolarmente per quanto
riguarda il posizionamento del
soggetto come Uno.
Lacan ne
parla un po’ ?
Certo. Ritorna spesso
sull’argomento. Il transfinito,
lo sviluppa a partire da Cantor.
Nathalie Charraud rinvia l’infinito
al godimento, in quanto tale,
qualcosa che non ha limiti. Da
qui la questione : come limitare
il godimento ? Cantor non ci
riesce, pone le lettere del
transfinito per limitare il
godimento, il suo proprio
godimento. Si sa pure che la sua
struttura lo favorisce nella
scoperta del transfinito, poiché
inventa una lettera per tentare
di arginare l’ondata di
godimento che lo investe.
E se il
transfinito di Cantor non è l’infinito
potenziale di Aristotele, perché
avrebbe bisogno di limiti ?
L’infinito in atto, l’infinito
attuale....
Se è in atto,
perché avrebbe bisogno di
fermarsi ? È l’infinito
potenziale a avere bisogno di
limiti... L’infinito di Cantor
non ha bisogno che alcuna cosa
finisca.
Assolutamente. Ma questo ha
sempre posto questioni. In che
cosa tiene insieme l’insieme ?
Come deve tenere insieme ? E
spesso per chiudere un insieme,
occorre che ci sia un elemento
esterno. Dunque, una specie di
"Almeno-Uno", ci dice Lacan,
situato all’esterno, che fa si
che l’insieme tenga insieme.
Nathalie Charraud legge il caso
di Cantor a partire dal non
iscrizione del Nome-del-padre
nel posto di Almeno-Uno esterno.
Direi di più che quello che
l’aiuta a scatenare la sua
crisi, se si può dire, è
l’abbandono di un certo
riferimento all’immaginario,
perché, fino alla sua crisi del
1884, faceva riferimento alla
continuità della retta dei
numeri. Aveva bisogno di
incollarsi all’immaginario, di
tappare fino alla fine i buchi
dell’immaginario. E c’è un
momento in cui abbandona questo,
va a lasciare l’immaginario per
fare riferimento ai numeri in
quanto tali. E qui si può
annotare una correlazione con
l’avvio della sua psicosi. Tale
è il mio parere. Ma bisogna
essere molto precisi. Leggere le
date... Cantor lascia cadere la
sua credenza, il suo sogno di
pura continuità.
Nella teoria
di Cantor, l’aleph zero non è lo
zero. È "uno". E da "uno" cerca
di derivare il secondo numero
cardinale transfinito. Non ci
arriverà mai. Si tratta
dell’ipotesi mai dimostrata del
continuo.
L’ipotesi del continuo, è
propriamente l’idea cantoriana
che non esista nessuno spazio
numerico tra il numerabile e il
continuo. Quanto dimostra Paul
Cohen nel 1966, è che si potrà
mai dimostrarla. Ci si trova un
poco come da Gödel, si pone
qualcosa che è indecidibile. Non
si può provarlo matematicamente.
Come
analizzarlo se non è un sogno ?
Mi pare di dire queste cose come
se fossero un sogno. Ma con
tutta la ricerca che occorre.
Ma, allora, che cosa è un sogno ?
Passo a ciò
che resta anche del sogno : sta
scrivendo un nuovo libro ?
In effetti, sto proponendo un
nuovo lavoro per la
pubblicazione. Il suo titolo,
provvisorio è : "L’ingiunzione a
godere nel discorso della
modernità". L’ho scritto in
collaborazione con Gilles
Herledan.
Questo lavoro ha per oggetto un
approccio psicanalitico dei
discorsi che governano la nostra
società “post-moderna”, e che
toccano profondamente le
dimensioni del desiderio e
dell’identità in ciascuno di noi.
La compulsione di consumazione
che caratterizza universalmente
i circuiti di scambio dei beni,
del lavoro, del sapere,
dell’arte, ci pare che sia
connessa a una “patologia del
godimento”, da intendere come
effetto di un ingiunzione del
superio a godere. Ci troviamo
con un nuovo disagio della
civiltà che non ha in nessun
modo lo statuto di un sintomo,
in senso psicanalitico. Da non
leggersi nemmeno come il
semplice effetto di una "depressività"
della nostra civiltà. La natura
del disagio “post-moderno” ci
sembra emergere, ahimè, da una
determinazione più profonda. La
psicanalisi, nell’alveo teorico
di Lacan, ci invita a pensare
che si tratti degli effetti del
discorso della scienza (articolata
al discorso del capitalismo) sui
soggetti.
Propongo, con Gilles Herledan,
attraverso alcuni esempi, di
misurare quello che per il
“parlessere” si deduce di un
discorso dove la dimensione del
soggetto è preclusa e dove si
manifesta, di ritorno, come
disordini, patologie,
inadattabilità diverse.
Le soluzioni “scientifiche” che
mirano ai loro “trattamenti” (salute
mentale, pedagogia, la politica)
si rinchiudono sempre di più in
una passione di non saperne
niente del soggetto, che si
tratti del “cliente” o dell’”interveniente”.
Da qui l’inflazione di pratiche
che sempre più inducono i mali
che pretendono di curare, con la
persistente rivendicazione per
l’esclusività dei loro
protocolli.
Tuttavia, a questo soggetto che
si sfalda, occorre un “destino”.
Destituito del suo singolare
desiderio dal discorso della
scienza, è identificato ai suoi
“bisogni” completamente anonimi,
globali. Spinto dall’incitazione
alla consumazione degli oggetti,
il soggetto si regge con quello
che possiede. La spirale delle
merci si rivela tuttavia
illusoria, ha dei limiti. Appena
rallenta, o un oggetto rivela
troppo il suo potenziale di
scarto, rifiuto, e è la “depressione”,
tanto per l’individuo che per la
società. L’inflazione della
consumazione sembra andare di
pari passo con la rovina della
tensione democratica, con
profitto degli enunciati di
quelli che pretendono di
“saperci fare” con il godimento.
Moralmente vano sarebbe
denunciare le loro imprese
perverse, se inoltre ci si
dispensa da una riflessione di
fondo su quello che dà al loro
discorso la forza di un impatto
crescente. La psicanalisi deve
proseguire - qualunque sia
empiricamente il suo avvenire -
a sostenere la questione del
soggetto come tale si definisce
per l’essere parlante. Questione
di etica e non di morale. Dove
il godimento senza bordo, né
limite, si staglia come
possibile, la psicanalisi
prosegue - da parte sua - a
sostenere la questione del
desiderio e dell’interdizione.
In tal senso, prende partito per
il sintomo.
L’importante è di mostrare, a
partire spesso dal « disque-ourcourant »
[N.d.T. : intraducibile in
italiano, il “discorso corrente”
diviene “disco”, “our” si legge
in francese “ur” come “Ur”
tedesco, ossia “primordiale” o “originario”...]
come si esprimeva Lacan, che il
potere tagliente delle
concezioni psicanalitiche è
stato smussato largamente nel
corso dei decenni. È la ragione
per la quale abbiamo effettuato
la rilettura di un certo numero
di concetti del corpus freudiano
per liberarne la freschezza e l’operatività.
Questa parte del lavoro non
trascura per nulla la pedagogia :
si propone anche come
un’introduzione accessibile alla
teoria di Jacques Lacan.
Rennes, 20 gennaio 2005.
Alain Cochet,
psicanalista, matematico, vive e
lavora a Rennes.
Traduzione dal francese di
Giancarlo Calciolari, direttore
di "Transfinito".
http://www.transfinito.net
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