In un mondo che sogna la
sostanza estesa a tutte le cose,
ovvero l’altra faccia di Dio ma
senza più fantasma dell’assoluto,
in una soluzione facile che
tutti cercano di accaparrarsi,
di spartirsi, di accumulare,
insomma in un’orgia cannibalica
infinita che segmenta la società
in bande, in clan, in fazioni
armate, in mafie sanguinarie o
in maniche bianche, sempre
sperando di aumentare la fetta
di torta della grande abbuffata
della vita, può sembrare
rivoluzionario rifiutare d’ingoiare
la stessa zuppa.
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Fulvio Caccia, "Sans
titre", 1989, pastelli su
carta, cm50 x 70
È il grande "no" delle
indomabili, da Santa Caterina da
Siena alla principessa Sissi, da
Antigone a Simone Weil, ma anche
di tante senza nome. I cifrari
statistici degli Stati Uniti
contano duecentomila casi di
anoressia, contro più di un
milione di bulimia. E quindi
contro il numerario
quantificante che spiana ogni
analisi qualitativa
dell’anoressia, anche noi
saremmo tentati di dire basta,
di rifiutarci di mandar giù
delle spiegazioni che sono solo
a misura della bulimia degli
specialisti, che sul disagio
degli altri imbastiscono
altruistiche fabbriche di
riproduzione di quella stessa
sostanza che l’anoressia rifiuta.
Invece occorre elaborare sia il
discorso anoressico, sia quello
bulimico, e pure le varie
mitologie sociologiche,
psicologiche, psichiatriche,
psicanalitiche, antropologiche,
biologogiche, sessuologiche...
come quella che tende a
dimostrare un collegamento tra
l’insorgenza dell’anoressia con
forme latenti di omosessualità.
Già Freud nella sua analisi del
caso del presidente Schreber
aveva sottolineato che la
cosiddetta omosessualità è un
dettaglio che si articola nella
struttura e non l’inverso. Non è
quindi il caso oggi di fondare
su questa "bufala" nessuna
macelleria dell’anima.
L’anoressia rifiuta tutto perché
anche la più piccolissima parte
potrebbe reintrodurla a quel
tutto che cerca di sfuggire.
Come può ammettere le varie
forme di intervento sostanziale
quando è la sostanza stessa che
rifiuta? Comme trattare l’anoressia
che fa dell’intrattabile il suo
sintomo sino a morire di niente?
Non c’è nessun sapere da opporre
all’anoressia, che ha, per dir
così, une ricerca matematica
molto più avanzata degli
analfabeti o alfabetizzati che
vorrebbero curarla. Anche perché
l’anoressia non è mentale, non è
attribuibile all’Altro per
evitarne l’elaborazione quando
si presenta come questione.
L’anoressia dice una cosa
impensabile per il luogo comune:
dice che non c’è un tutto
originario da cui procedono le
cose, non c’è una sostanza piena
da dividere equamente ma che in
principio c’è il niente. Niente
da appetire, questo è l’etimo di
anoressia. L’anoressia dice che
gli umani non sono cannibali, ma
dispositivi di vita poetica, da
inventare, e che il nutrimento è
intellettuale e non sostanziale.
Il cibo degli angeli, così lo
chiamava Santa Caterina da Siena.
Cordelia, la figlia del re Lear,
nell’omonima tragedia di
Shakespeare, risponde "niente"
alla domanda assurda del padre
per strappare una parte più
opulenta di quella delle sorelle.
Cordelia non vuole prendere
parte. "Ma niente viene dal
niente" risponde re Lear, che
esplora altri elementi
dell’algebra della vita: lui che
passa dall’infinitamente grande
all’infinitamente piccolo, dal
re all’uno solo, facendo sua la
domanda di Regana: "A che serve
uno solo?" Così non solo
Cordelia muore di niente ma
anche re Lear che sprofonda
nella nientificazione. A nulla
vale l’istigazione del buffone
quando irride il teorema
algebrico che sorregge la vita
di Lear, indicandogli la via
paradossale per la quale: "avrai
più di due decine per una
ventina". Eppure nella sua
pazzia re Lear si pone la
questione dell’altra vita,
quella che non abbisogna della
macelleria umana: "e
riprenderemo il mistero delle
cose / Come se fossimo spie di
Dio". Qui ritorna la figura
dell’assoluto, ma come garante
della coppia padre e figlia che
contempla "in una murata
prigione, masnade e sette di
grandi / che fluiscono e
rifluiscono sotto la luna". Re
Lear vede le bande, le sette, le
cricche, facendo banda a due in
una prigione. Mentre l’anoressia
fa banda da sola e chiede ben
altro a Dio, come testimonia
Simone Weil: "Mio Dio, accordami
di divenire niente", senza
macchia della sostanza malefica
e di morte che infetta il mondo.
L’anoressia mentale muore di
niente per un un postulato
algebrico contro l’algebra:
contro l’algebra dell’opulenza
afferma di poter vivere di
niente. Ma l’algoritmo
dell’anoressia mentale è un
postulato di morte, come precisa
Simone Weil: "Per essere giusto,
bisogna essere nudo e morto".
Che cosa rivendica l’algebra
anoressica? Il diritto di
tagliare, di dividere, di fare a
pezzi la vita sino a diventare
niente per garantirsi contro la
morte. Il diritto di essere
morto in vita per essere giusto.
Il diritto di essere morto per
essere in vita. Insomma l’anoressia
cosiddetta mentale rivendica la
stessa macelleria umana che
rifiuta al mondo.
Algebra infatti è una parola di
derivazione araba, che significa
riduzione, taglio, sezione, e
che originariamente era una
pratica chirurgica per rimettere
apposto gli arti slogati, e che
poi ha preso il senso di
riduzione matematica, secondo l’invenzione
del matematico Hwarizmi del IX
secolo.
L’anoressia mentale vuole
dimostrare l’anoressia
intellettuale, l’inesistenza
della sostanza, il principio del
niente, l’altro cibo, l’aria, il
sogno. E in questa dimostrazione
perisce per evitare il niente,
il sogno, la leggerezza..., per
la purezza algebrica di un
incubo contro la vita. Le cose
non procedono dalla prigione
murata, dalla stanza senza
finestra, senza sogno, senza
cielo, senza paradiso. Le cose
procedono dall’apertura, e il
niente è un pleonasmo che si
staglia sul caos originario,
sullo spalancamento (è l’etimo
di caos) delle cose.
Un niente da vedere, un niente
da mangiare... Eppure
indispensabile. Con l’articolazione
del niente si vanifica la
credenza nella mentalizzazione
dell’anoressia. Si vanifica pure
la supposta necessità nelle
terapie applicate, giacché l’effetto
di terapia risiede nella stessa
articolazione, e in una
scommessa di vita che nulla più
deve dare in pasto al
cannibalismo dell’epoca. Nessuno
può togliere il niente dalla
parola e rimpiazzarlo con una
sostanza, ora rimedio ora veleno,
come propone la società dello
spaccio del luogo comune. L’ironia
estrema della sorte che le
guerre, i massacri e gli
sterminii non riescono a
cancellare, è quella che i più,
se non tutti, sono morti per
niente, nonostante quello che
vorrebbero far credere le
istoriografie ufficiali e
ufficiose.
Non "per niente" ma "per il
niente" gli umani vivono d’aria,
di superfluo, di sogno e di
dimenticanza. E la società
artificiale, da reinventare
ciascuna volta, esige l’Altro
come ospite e non come nemico, e
si dissipa così la credenza nel
terzo escluso, quello che -
secondo il razzismo - se non
fosse eliminato si papperebbe la
parte degli inclusi. L’anoressia
esige la tolleranza
intellettuale.
("Helios", n. 3, 1996)
Giancarlo Calciolari,
direttore di "Transfinito".
Gli altri articoli della rubrica
Morire di niente. Contro l’ideologia
dell’anoressia mentale :